IL ROMANZIERE DEGLI ULTRACORPI
di Andrea Cortellessa
Santa Mira (Fatti e curiosità dal fronte
interno), opera narrativa seconda di Gabriele Frasca (Cronopio, pp. 333,
Lire 32.000), s’incornicia tra due ronzii: all’inizio nelle
orecchie del presentatore televisivo Di Nunzio – alla fine nell’appartamento
di Dalia, prima di un’alba che non promette nulla di buono. Sono,
questi, solo due dei corpi che percorrono il paesaggio – immaginario
e più reale del reale – della cittadina italiana sul mare
che dà il titolo al libro, sorvolata dai reattori in partenza verso
Belgrado, nella primavera del ’99. Personaggi soffocati dalla pellicola
di immagini che irradiano schermi perennemente accesi – liquidi
cromakey guazzanti di fantasime irridenti, risate registrate, torturanti
ritornelli. Personaggi come Dalia e il marito Gaudenzio cagliano in una
quotidianità fatta di livida mediocrità intellettuale, abissale
cinismo, assoluta disonestà intellettuale. Corpi sfatti e volti
deformi sono i segni dell’orrore interiore. Anche se a tratti un
riflesso, nell’acqua di un malinconico lavello, può far sommozzare
ricordi di un’altra vita ("Non eravamo così, prima").
Non personaggi, insomma: ma concrezioni malsane, carie d’anima.
Hollow men in un purgatorio senza tempo.
Il ronzio, in realtà, prelude a due faticosi risvegli di Dalia:
in una dissolvenza incrociata che potrebbe corrispondere (così
vorremmo riuscire a credere) al tessuto di un sogno. L’incubo di
una vita che non è più vita – che ci è stata
sottratta lasciando il paesaggio scheletrico del mondo a spettri, replicanti,
copie strinate di noi stessi. Dalia studia cinema: le viene a mente un
certo film degli anni Cinquanta. Dentro, più dentro, ecco, non
c’era molto – il "centro vivo" le sfugge sempre
–; ma è l’unica che si svegli: "t’è
mai capitato di pensare che anche noi non siamo più noi? Come se
anche a noi, o a ciò che siamo stati, avessero sottratto il corpo?
[…] a volte sento soltanto di essere una copia di me, e nemmeno
troppo fedele".
Santa Mira esiste davvero; ma in California. Vi era appunto ambientato
L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, che proprio questa paranoia
ha messo in scena una volta per tutte (ma lo stesso luogo – per
allineare altre emozioni culturali che nutrono questo progetto narrativo
– è anche a un passo da dove Philip K. Dick scrisse L’uomo
nell’alto castello, nonché dall’immaginaria Vineland
di Thomas Pynchon). L’incubo di Siegel (al quale Frasca ha dedicato
nel ’96 un saggio labirintico e memorabile, La scimmia di Dio) è
per l’appunto gremito di uomini contraffatti: individui lentamente
modificati, e infine inavvertitamente sostituiti, da un’entità
malevola. La produzione impose un finale rassicurante, ma il film si sarebbe
dovuto concludere sul grido d’allarme: "Voi sarete i prossimi!".
Come in Dick, il vettore paranoico si rovescia: anziché sospettare
che essi vivano, ci viene inoculato il sospetto che noi siamo morti: morta
la comunità alla quale ci illudiamo di appartenere, l’anima
che pretenderemmo di ospitare – morto, persino, il corpo su cui
ci affanniamo a deambulare. A una certa faglia della storia – tra
una guerra e l’altra – qualcosa è mutato: e un cattivo
demiurgo ha preso a sistematicamente falsificare le nostre percezioni,
lasciando "tutta una catena di sopravvissuti morti". Crediamo
di essere ancora quelli che ci ricordiamo: senza nemmeno sospettare l’inganno.
In un angolo in penombra del soggiorno, intanto, uno schermo continua
a irradiare indisturbato.
Uno dei massimi poeti contemporanei ha messo al servizio di quest’incubo
soffocante una onnipotente partitura linguistica. Non mancano scatenati
scoppiettii di atroce comicità (la stessa dei testi teatrali di
Tele – èditi, sempre da Cronopio, nel ’98), come nel
terzultimo capitolo in chiave rock (o nelle anche troppo insistite parodie
della trascendentale volgarità televisiva), ma l’effetto
più tipico di questa prosa è una sorta di totale saturazione
del campo noètico. Una vera e propria descrizione densa filma al
rallentatore ogni gesto, ogni pensiero – persino i moti irriflessi,
automatici (come nell’incredibile primo "risveglio" di
Dalia, all’inizio del terzo capitolo: pagina di stupefacente virtuosismo),
senza che sia identificabile, però, una "regìa"
che dia rilievo all’uno o all’altro degli avvenimenti. Disdegnando
i fatti feticizzati dal "racconto" tradizionale, siamo dunque
in presenza di un’infinita e indifferenziata teoria di faccende
– alla maniera di Pizzuto – crudelmente inseguite da quello
che Frasca, parlando del suo Beckett, ha definito stream of perceptions.
Perché "la vita non consente epitomi".
Questa interminabile ruminazione trova però, nel finale, uno scioglimento
traumatico e insieme ambiguo. A proposito del quale si può forse
pensare all’Agamben della Comunità che viene (proprio ora
riproposto da Bollati Boringhieri): se è vero che viviamo nell’irrealtà
sovrailluminata di "un film pubblicitario da cui sia stata cancellata
ogni traccia del prodotto reclamizzato", è anche vero, forse,
che nel pericolo massimo di questa "perfetta esteriorità"
si trovi, pure, "un’occasione inaudita nella storia dell’umanità":
quella di staccarsi da ogni forma di appartenenza tradizionale per incamminarsi
– dolorosamente – verso l’orizzonte di un popolo che
manca. L’unico spiraglio alla speranza, in Santa Mira, è
in effetti intravisto in un resto: che interrompe il "solito treno
di gesti", "nella sospensione della meta, nella buca incavata
nella strada del tempo".
Nessun libro di oggi, in ogni caso, sa come questo risvegliare la sofferenza
di chi legge. Un dolore dalla funzione brutalmente chiara: addirittura
didascalica. Anche il replicante in "scadenza" di Blade Runner
alla fine non si fida più di un corpo, il suo, che – ancora
più rapidamente del nostro – perde tempo, sanguina vita:
per tenersi sveglio non sa fare di meglio, allora, che trapassarsi una
mano con un lungo chiodo arrugginito. Alla fine del capitolo "rock"
di Santa Mira, l’unica possibile controfigura autoriale non è
altro che uno smisurato bulbo oculare. Il narratore non ci dice il suo
nome; joycianamente, però, ci rivela "il senso del suo ultimo
pensiero, che suonava più o meno qualcosa come sveglia. Sveglia!".
A proposito: il suo film, Siegel avrebbe voluto intitolarlo Sleep No More.
Alias, 23 giugno 2001
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