Avevano sempre qualcosa di minaccioso i romanzi di una scrittrice come Nathalie Sarraute: una splendida prosa, ma tanto iperintelletualismo, molta oscurità, nessuna concesione al lettore chiamato a una sorta di rito purificatorio da compiere in vista di un'ascesi letteraria considerata necessaria, anzi indispensabile, dopo la grande bouffe del romanzo "tradizionale", di ottocentesca memoria. Scriveva, la Sarraute: "Credevo che il romanzo, per dirla con Flaubert, debba sempre apportare nuove forme e una nuova sostanza. E credevo che si possa scrivere solo se si prova qualche cosa che altri scrittori non hanno già provato e espresso". Fu grazie a questa concezione dell'agire letterario che la scrittrice, nata in Russia nel 1902 (aveva pubblicato il suo primo libro, "Tropismi", nel 1938, ricevendo gli elogi di Sartre) si trovò intruppata, all'inizio degli anni Cinquanta, in quello che sarebbe stato definito il nouveau roman, insieme ad autori come Robbe-Grillet, Claude Simon (che molti anni dopo avrebbe ottenuto il Nobel), Michel Butor, con i quali in verità non aveva moltissimo da spartire. E tipici del clima dell'epoca furono considerati poi romanzi come "Martereau", "L'età del sospetto", "Il planetario", accompagnati da una produzione saggistica e di riflessione di tutto rispetto, nella quale si occupava degli aspetti teorici della produzione letteraria, e illustrava con ricchezza di particolari il suo progetto, di cui riconosceva come iniziatori Dostoevskij, Proust e Virginia Woolf. Dopo una simile carriera letteraria, suscitò inevitabilmente una certa sorpresa l'uscita - nel 1983- di un libro intitolato "Enfance", chiaramente autobiografico, nel quale l'autrice ormai ottantenne (morirà quasi centenaria nel 1999) raccontava i suoi primi anni di vita. Il libro, subito tradotto da Oreste Del Buono per la Feltrinelli, riappare ora (nella stessa traduzione) presso la casa editrice Cronopio, e riporta l'attenzione sulla Sarraute, dopo un lungo periodo di oblio. Naturalmente si tratta di un'autobiografia sui generis, nella quale dialogano due voci, una con funzione critico-provocatoria, una che dice "io". Per dare un'idea, ecco le prime righe del dialogo iniziale: "Allora, hai proprio deciso di fare una cosa simile? "Rievocare i tuoi ricordi d'infanzia"...è questo che vuoi, poche storie". "Certo, non posso farci niente, ma mi tenta, non so perchè...". Avremo dunque ricordi depurati, per quanto possibile, da emozioni e sentimenti, una lucida ricerca di frammenti di memoria, personaggi, luoghi di un'infanzia quanto mai complicata. Nata in Russia, a Ivanovo, figlia di una scrittrice e di uno scienziato-imprenditore che presto si separano, la piccola Natasha vive tra lingue, consuetudini e luoghi diversi, prima in Russia, poi in Svizzera, poi in Francia, con bambinaie e governanti, un po' con la mamma (assai poco, e starà anche tre anni senaza rivederla), molto con il papà, che è stato costretto a lasciare la Russia a causa di un fratello impegnato in attività contro lo zar, e che intanto ha un'altra moglie (giovane) con cui i rapporti della piccola non sono sempre facili. E dunque il motivo principale del libro è- nella molteplicità di episodi raccontati senza un ordine cronologico, man mano che riafforano alla coscienza- la ricerca, sempre più consapevole di un'identità e di ciò che consente di esprimerla, cioè una lingua. Seguendo questa chiave di lettura, il libro diventa una sorta di archetipo, qualcosa che sta prima di tutta la ricerca della Sarraute anche se cronologicamente viene dopo. Una ricerca delle origini, di tutto ciò che concorre alla formazione di una personalità. E quindi una ricerca che consente disvelamenti e scoperte, che dà la possibilità di inerpicarsi "fino a un punto culminante di me stessa, dove l'aria è pura e vivificante...una sommità da cui, se riuscirò a raggiungerla e a mantenermici, vedrò estendersi davanti a me il mondo intero...niente me ne potrà sfuggire, non ci sarà niente che non perverrò a conoscere...".
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