È appena iniziato il 22 giugno del
1969. Ricard De Kaard si trova a Neu-Berlin. Ascolta il rumore della pioggia
sul Grossen Glass, l’immane schermo di vetro che sovrasta la città.
Quel brusio remoto gli pare obbedire a un ritmo preciso, a una sequenza
dotata di senso. Di mestiere De Kaard fa il cacciatore di “stencil”,
ossia di particolari esseri umani – sosia quasi perfetti di altre
persone – entro il cui codice genetico è stata immessa una
pulsione distruttiva, omicida. Ora si trova di fronte a un dilemma, perché
lo stencil che fra un minuto dovrà ritirare dalla circolazione
è la replica della donna che ama, Infrarot. Ovviamente teme di
uccidere la donna sbagliata. Poi dovrà partire subito per Roma:
il suo prossimo compito è l’eliminazione di un “pre-stencil”,
cioè di una persona il cui codice genetico risulta perfettamente
congruo a una futura “stencilizzazione” (e che dunque conviene
“ritirare” preventivamente). Questa persona ha solo sei anni,
e il suo nome è Tommaso Pincio. De Kaard ha ucciso troppo. Teme
di diventare come un altro cacciatore, Feelin’ K. Deep, che a forza
di sparare si è trasformato in un sadico serial killer. Ed è
toccato proprio a lui, De Kaard, “ritirare” il collega. Ma
sempre da lui ha preso l’abitudine di chinarsi sulla propria vittima
di turno e immergere nel suo sangue una pallina di materia plastica fotosensibile.
Per lanciarla, imbevuta di sangue, contro il muro bianco: lasciando così
una traccia colorata.
Il superiore di De Kaard da qualche tempo lo provoca; ha letto un libro
scritto da un tale Dick, che immagina una storia alternativa nella quale
in Germania il leader del movimento nazista, Hitler, non sia stato ucciso
nel 1929. Seguiva una seconda Grande Guerra, con la naturale conclusione
della vittoria della Germania e di una sua espansione imperialista in
America e nel resto del mondo... Non serve a granché continuare
con l’acrobazia di riassumere la trama più complessa della
letteratura italiana degli ultimi anni. Basti dire che il piano temporale
datato “1969” si intreccia – nell’arco del testo,
tutto compresso entro un malinconico Aleph, la “sfinita estensione”
del minuto cruciale in cui De Kaard dovrà prendere la sua micidiale
decisione – con almeno due altri intrecci, datati rispettivamente
al “1928” e al “1957”. Piani temporali analogamente
deformati, naturalmente, rispetto alla “realtà storica”.
Molti di quelli che hanno durato la fatica di seguirci fino a questo punto
avranno già del resto riconosciuto le trame, intrecciate fra loro,
di due classici di Philip K. Dick: l’ucronìa esistenzialisteggiante
e hippy di The Man in the High Castle (La svastica sul sole, 1962) e il
neopirandellismo, glamourosamente high tech e gnosticamente patetico,
di Do Androids Dream of Electric Sheep? (Cacciatore di androidi, 1968
– da cui naturalmente Blade Runner di Ridley Scott, 1982). Ma tutto
il libro di “Pincio” ribolle di citazioni più o meno
evidenti, provenienti in mille rivoli dalle pieghe di una cultura sterminata
e minuziosamente divagante: una delle diverse chiavi di lettura del libro,
per esempio, consiste nel seguirne gli episodi come mises en scène
di celebri “opere” di Marcel Duchamp, dal Grande Vetro dell’incipit
– e inquietante leitmotiv – in poi (o, volendo, come straniante
rilettura della filmografia di Fritz Lang...). Anzi, è inesatto
dire che il testo sia “gremito” di citazioni: il testo è
fatto, materialmente intessuto, conflato, di citazioni: sino a produrre
un effetto di saturazione che naturalmente può infastidire (è,
se non sbaglio, la reazione avuta da Dario Voltolini, che – su “Tuttolibri”,
il 24 giugno – nota come “Pincio” abbia scientemente
voluto “portare a ebollizione [...] l’anima parodistica della
letteratura cosiddetta postmoderna”). Ma è un effetto attentamente
studiato dall’autore, che estremizza dettami del suo “vero”
modello, dichiarato dalla non meno che radicale scelta pseudonomastica.
In un saggio ancora inedito dall’allusivo titolo Almost but not
quite me (verrà pubblicato in un volume su Pynchon curato da Gabriele
Frasca e Mattia Carratello), “Pincio” descrive il senso di
totale spaesamento prodotto nel lettore da un’opera estrema come
Gravity’s Rainbow (L’arcobaleno della gravità, 1973)
come l’effetto della sostituzione alla “trama” di un
“progressive knotting into”, ossìa di una graduale,
ma alla fine vertiginosa, moltiplicazione degli “incastri”
fra più piani narrativi; e indica il movente di tale decostruzione
della trama, previa sua moltiplicazione, nel violento antistoricismo dell’autore.
Ma il modello più ravvicinato è il magistrale, ed echeggiato
sin dal titolo (il quale richiama però anche la “sostanza
M”, il mortale allucinogeno di A Scanner Darkly di Dick: Un Oscuro
Scrutare, 1977), V. (1961). Qui, come si ricorderà, “Stencil”
è un personaggio, e precisamente l’“abile trasformista”
che nel terzo capitolo “assume otto personalità diverse”;
ma è soprattutto colui che assomiglia a suo padre (è il
suo “spettro, o doppio spirituale”: V., ed. Bompiani 1996,
p. 249) ed è in séguito a tale pseudo-identità che
trova segnato il proprio destino di detective metafisico. V., e in generale
l’opera di Pynchon (così come quella del suo “replicante”
romano), possono in effetti rientrare nella costellazione tracciata da
un assai bel saggio di Emanuele Trevi, che spazia dagli stilnovisti a
Yehoshua, naturalmente non senza passare per l’Hitchcock di Vertigo
(Il demone della somiglianza, postf. all’edizione Fazi di Bruges
la morta di Georges Rodenbach, 1995).
E naturalmente M. non si fa sfuggire l’opportunità di problematizzare
questo tema, en abîme, entro la propria “trama” –
di farne anzi, a ben vedere, il motore strutturale primo: il “Programma
di Determinazione Motivazionale” che fa di una persona uno stencil,
infatti, si basa proprio sulla coazione di certuni a rintracciare somiglianze
fra le persone, e in generale “l’insensata propensione a leggere
segni provocatori nel mondo”, ossia ad attribuire un senso a sequenze
casuali come il ticchettio della pioggia su un vetro, a cercare un disegno
quando si trovano di fronte a poche tracce di colore su una superficie...
O magari a vedere – nello spolverarsi casuale delle stelle sul più
grande degli schermi, di notte – le costellazioni più favolose.
Ma la causa scatenante del processo di stencilizzazione, la “causa
morbigena primaria”, è la sensazione di ravvisare omofonie
– del tipo fra Feelin K. Deep e quel tale scrittore di fantascienza,
Philip K. Dick, o fra un certo suo personaggio chiamato Rick Deckard e
il protagonista di questa storia, Ricard De Kaard. O magari tra il pre-stencil
Pincio, che è poi il nome del colle sopra Villa Borghese, a Roma,
e un altro scrittore americano...
L’intenzione di “Pincio” (il quale – sia detto
di sfuggita, ché la digressione ci porterebbe troppo lontano –
è portatore di intentio auctoris assai ferma, per non dire totalitaria:
il che porterebbe a contraddire la tesi di una saggista intelligente come
Carla Benedetti, sull’implicita debolezza di quegli autori contrassegnati
da un “ambiguo desiderio di scomparsa”, entro l’“epigonale”
– cioè manierista – letteratura “tardomoderna”:
cfr. L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata,
Feltrinelli 1999) è precisamente quella di seminare dubbi strutturali,
di ingenerare nel suo lettore quello che lui (forse sulle orme del metodo
“paranoico-critico” di Salvador Dalì...) chiama uno
“stato di lettura paranoica” – raddoppiamento di quello
del personaggio pynchoniano, come il Tyrone Slothrop di Gravity’s
Rainbow –: per cui ogni segno potrebbe rimandare ad altri, ogni
presenza fa interrogare su un’assenza, e così via (Voltolini,
significativamente: “il gioco non è più quello di
individuare quali siano le citazioni presenti nel testo, ma quali non
lo sono”). È al tempo stesso la parodia e la più acuta
manifestazione della tendenza della narrativa – particolarmente
spiccata in epoca tardomoderna o postmoderna, non è qui il caso
di decidere – a configurarsi quale interrogazione iper-ermeneutica
(cioè sovrainterpretativa) nei confronti della “realtà”
(secondo una linea che, dopo l’archetipo del Castello di Kafka,
passa anche per Watt di Beckett...; ma che in realtà, seguendo
le orme del Blumenberg della Leggibilità del mondo, si potrebbe
far risalire agli albori stessi dell’homo fingens...).
Senza voler svelare il finale di M., non ci sono troppi dubbi che la quête
di De Kaard, alla fine, risulterà in qualche modo desultoria. Eppure
il libro M. sembra al tempo stesso ironicamente contraddire questo tautologico
verdetto: i segni neri (ma in un’edizione a colori sarebbero rosso
sangue, come del resto è virata la copertina...) che alla lettera
punteggiano la narrazione, infittendosi a ogni frontespizio di capitolo,
alla fine compongono un ritratto: naturalmente, l’unica immagine
nota di Thomas Pynchon... Chissà che non ci si voglia dire che
è proprio cancellandosi, delegando (manieristicamente) la propria
identità, che lo scrittore “tardomoderno”, paradossalmente,
abbia trovato il modo di costruirsene una. Confacente quanto produttiva:
mentre ci attardiamo su questo suo primo, “Tommaso Pincio”
sta lavorando al suo terzo romanzo, alacre come una formica. Elettrica,
naturalmente.
L'Indice dei libri, dicembre 1999
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