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VOCE DI LAMPI E CANTONATE
di Andrea Cortellessa

A uno come Gabriele Frasca si addicono adunate sediziose e catacombali come questa alla libreria Odradek. Le sue lezioni napoletane sono una piccola leggenda, i suoi lettori si sentono una comunità di iniziati. (Una mano la dà la critica, che occulta libri eccezionali come Rive e Santa Mira.) A Roma Frasca è per Ákusma, la rete di dialoghi di Giuliano Mesa, e per dare una mano ai ventenni fiorentini capitanati da Tommaso Lisa che hanno dedicato numeri della rivista L’Apostrofo (Pietro Chegai Editore, 055-2638916) a Valerio Magrelli e ora a lui. Legge uno dei Fenomeni in fiera di Rive: "ben tornati al dolce orrore / signori a modo e fanciulline in fiore / questa è l’europa che ritorna calda / come il sangue che l’ha tenuta salda / nei suoi mercati e nella sua purezza / di razza e istituti di bellezza / dove l’oh yeah si ritma e l’alalà". Parole martellanti che fanno tanto più effetto in beneducato, inesorabile "tono HAL 9000". Ogni performance vùlnera senza pietà. Attenti, poi, se attacca a leggere Uno. Gli spiriti delicati, è bene si accomodino all’uscita. E tutto questo in strutture metriche di assoluto rigore, che tendono a dismisura l’endecasillabo facendo nuovo l’eterno sonetto della tradizione. È dai primi Ottanta – ben prima delle "forme chiuse" alla moda – che questa parola non cessa di battere alle porte dell’infelice-coscienza d’Occidente. Con fermo volere. E implacato dolore.

Tu sei uno che scrive parole o suoni?

Scrivo parole. Le parole sono suoni. Il mio rapporto con i musicisti deriva dal fatto che queste parole hanno, su pagina, un effetto molto intellettuale; mentre risuonando ne hanno uno tutto fisico. Ci fanno essere scoperti. Niente come la pagina scritta rinchiude autore e lettore in camere di sicurezza. Ma quando la voce s’incarna più nessuno è al sicuro.

Rispetto ai libri precedenti Rive mostra, fra tutte le virgolette possibili, un più accentuato carattere "civile". Prima c’era una gabbia percettiva tutta individuale, solipsistica. Ora – forse proprio per la performatività, collettiva per definizione – c’è una voce comune. Non più Uno ma semmai uno: everyman. Si esalta il suono ma anche il senso. Con straordinaria urgenza. Così nel parallelo Santa Mira: testo di grande impatto stilistico, certo, ma soprattutto "politico".

È forse inevitabile che rivolgendosi non più a un reader ma a un listener la voce si faccia più grossa. Fenomeni in fiera è una serie di cartelloni, una visita guidata all’odierna mostra delle atrocità – dove i mostri non sono solo quelli dell’universo mediale ma anche del quotidiano, del resto sempre più infettato di mediale. Il modo col quale si propaga l’informazione non genetica, nell’essere umano, è l’essere umano. E i media elettrici, oggi, sono estensioni dei nostri sensi.
Quando un Impero è in possesso di tutta l’informazione, non resta altro che farsi guastatori mediali. Così, ai tempi di un altro Impero, faceva Paolo di Tarso. Oggi viviamo una situazione simile a quella da lui definita niente-tace ("quante cose parlano nel mondo; niente tace"); lui scopre che "la lettera uccide, il respiro vivifica", facendo fisicamente viaggiare le sue parole nella voce dei suoi inviati. Paolo fonda l’universalismo perché sostituisce al concetto di patria, che ci ha sempre guastato la vita, quello di fratria. Non si trasmettono informazioni solo attraverso il codice genetico, la procreazione. Esiste anche il contagio. E io mi schiero per il contagio culturale: vettore orizzontale, non verticale.
Per strappare questo tappeto sonoro bisogna produrre quelli che Beckett chiama "abissi di silenzio". Abissi che sono ponti. E per farlo occorre quello che io chiamo dolce stilo. Suoni e ritmi che facciano diventare la parola memoria. Decisiva è la memorabilità, oggi che al niente-tace si accompagna il nulla dev’essere ricordato. I discorsi dei politici, infinitamente registrati, sono infinitamente dimenticabili – perché senza stile, appunto. Solo chi vuole mentire, ha detto Harald Weinrich, non vuole stile.
Ricordare qualcosa significa modificare il nostro cervello, cioè il nostro corpo. Uno stesso testo modifica i neuroni di ciascuno in maniera diversa: perché ciascuno ha una differente memoria precedente l’innesto. Se all’esterno siamo bombardati dal niente-tace, ciascuno di noi, infatti, è abitato da una "paroletta" interiore che gli ripete sempre le stesse cose. Siamo immersi in due flussi, allora: uno esterno, l’altro interno. La sanità mentale consiste nel tenere miscelati i due flussi. Se prevale uno è la catastrofe.

Sai bene come questa tensione ti attiri anche aspre critiche…

Eccome!

…che però non colgono l’aspetto malinconico di questo laicissimo "apostolato". Lo stile-stilo era caro a Pasolini, a chiunque tratti la parola come strumento per "incidere". Però lo stilo nei malinconici, nei manieristi, è rivolto anche contro chi lo maneggia. In quanto ci dici l’aspetto non "bastante", non predicatorio, è il tuo metterti in gioco. Con le responsabilità del caso. Penso a La spada di Landolfi, dove si scopre un’eredità che è un grande potere ma anche una rovina. In Rive il sonetto del radarista è un’impresa rinascimentale ("se mettessi fuori il capo / da questa protezione di silicio […] non potrei che ripetere l’officio / con cui mi espongo in queste carni cave / ogni volta per sempre punto e a capo"): chi ha strumenti per vedere la minaccia sugli schermi è prigioniero della "protezione di silicio". È questo l’anello che non tiene, nella catena del tuo lògos; quello che più c’interessa. Che ci fa ascoltare te anziché altri.

Non ho nessuna pretesa apostolica, naturalmente. Credo però che la letteratura salva. Dal momento che leggendo ho contratto dei debiti, provo a dare quello che mi è stato dato. Che chi prova a fare strappi sia il primo a sentirsi un po’ strappato, è inevitabile. Io non ho visto nessuna luce; c’è quella novella di Pirandello dove uno dice, più o meno, la mia vita è sempre andata così, un lampo e una cantonata. È così che va – crediamo di essere illuminati, poi sùbito andiamo a sbattere. Cerco di trasmettere quello che mi è stato dato, tutto qui.

Che è poi quanto connota la tua posizione – sempre tangente e mai appartenente alle avanguardie. La differenza è proprio nel concetto di tradizione. Il passato come qualcosa di doloroso, forse, ma a cui restare grati.

Se penso a Watt… è da quando avevo quindici anni che mi resta dentro… Preferisco i libri che ti fanno male prima a quelli da sala d’attesa del dentista… dove il male viene dopo. Invece, come dice Beckett, "il peggio di faccia / finché ridere faccia". Beckett è uno che mi ha salvato, e Joyce, e Philip Dick. E poi il libro-salvezza, la Commedia: un esempio per il lavoro di oggi. Dobbiamo poter sentire un’opera letteraria con l’intensità di un tempo. Per questo l’augurio che voglio fare a tutti è lo stesso di Marshall McLuhan – con una frase di John Cage: Happy New Ear!

Alias, 5 gennaio 200