Nella prefazione al secondo romanzo di Nathalie Sarraute "Ritratto di uno sconosciuto" del 1947 Sartre lodò questo "antiromanzo (destinato pochi anni dopo a far parte della corrente letteraria del "nouveau roman"). E nel 1964 Hanna Arendt, di norma poco interessata alle recensioni letterarie, dedicò in una rivista newyorkese un piccolo saggio al romanzo "I frutti d'oro". Che cosa accomunava due personalità così diverse, come Sartre e Arendt, nel loro interesse, per la scrittrice? Questo: ambedue interpretavano quei romanzi come una sorta di applicazione alla letteratura del pensiero di Heidegger, loro comune maestro, ritrovandovi quel regno dell'inautentico, contraddistinto dal "sì" impersonale o dalla chiacchera, che domina i rapporti tra gli uomini e quelli dell'individuo con se stesso; e che, quando si solleva la pietra dei luoghi comuni, rivela bave, muchi, confusi movimenti psichici. Esce ora di n uovo in Italia il romanzo dell'82, "Infanzia", che ripercorre la storia autobiografica di un'infanzia trascorsa tra Russia, Svizzera, Francia (la scrittrice era nnata nel 1902) e ddei difficili rapporti della piccola Natasa con madre, padre, matrigna, governanti, narrata sotto forma di dialogo interiore, fondato su due domande: "Devo raccopntarlo o no?" e "era vero o falso?". C'è all'inizio un episodio che ritengo profetico per tutta l'opera della futura scrittrice: la bambina è in piedi, con le forbici in mano, dietro lo schioenale foderato di lucida seta della poltrona dove siede la sua goverante; "sì lo faccio...ecco, sono libera, l'eccitazione, l'esaltazione mi fanno tendere il braccio, affondo la punta delle forbici con tutte le mie forze, la seta cede, si strappa, io lacero lo schienale dall'alto in basso, guardo quel che ne esce...dalla fenditura sbuca qualcosa di molle, grigiastro...". In tutte le sue numerose opere, tanto romanzesche che teatrali, Sarraute (morta nel '99) ha strappatop la superficie delle cose e delle convenzioni sociali per svelarci l'informe e il taciuto che nascondono, "le forme di vita invisibili, che la scrittura afferra con i suoi strumenti, prima che la parola non li accechi".
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