LA MINIERA E IL MINATORE,
o:
IL TORRONE DI PIZZUTO
di Andrea Cortellessa
"Che importa se i più dicono di me: “Graecum est, non
legitur”? Un tale mi ha fatto dire: “Mi spezzo, ma non mi
spiego”. Eppure, a rileggermi, dovrebbe prima o poi brillare un
lampo elettronico di avvertenza e tutto allora – o quasi –
diverrebbe chiaro e concreto". Così Antonio Pizzuto in una
lettera del 1970 al “Padrino” Giovanni Nencioni, il grande
linguista che insieme a Gianfranco Contini rivestiva il non comodo ruolo
di primo lettore (e correttore di bozze) di ogni nuova avventura testuale
del “Testatore” (le lettere fra i due si leggono ora in Caro
Testatore, Carissimo Padrino. Lettere (1966-1976), apparso per le cure
di Gualberto Alvino da Polistampa di Firenze: pp. XII-98, Lit. 22.000).
La raccolta di tutte le narrazioni brevi di Pizzuto che esce ora da Cronopio,
a cura di Antonio Pane (Narrare. Tutti i racconti, postfazione di Gabriele
Frasca, pp. 124, Lit. 20.000), oltre a mettere a disposizione della ristretta
ma rissosa pattuglia dei pizzutomani testi finora apparsi in edizioni
introvabili, ovvero del tutto inediti (le Ultime novelle dei primi anni
Cinquanta, immediatamente precedenti l’outing di Signorina Rosina),
consentirà forse la scoperta di questo scrittore straordinario
a lettori che per una volta vogliano andare a “vedere” oltre
gli scudi cartacei dei canoni, blindatissimi, che da ogni parte ci si
affanna a traghettare nel secolo che viene. Pizzuto davvero non fu –
non è – un bluff.
Narrare è quasi un catalogo, un campionario delle forme narrative
sperimentate da questo sublime irregolare del nostro Novecento. Un arco
ampio, intanto, sul piano temporale: l’incunabolo primo, la “novella
marinaresca” Rosalia (dal sorprendente décor costruttivista,
con masse operaie locomobili grue e gran tambureggiare di magli folgorosi),
risale addirittura al 1912, mentre i frammenti “d’occasione”,
Vezzolanica e Vaud, sono degli ultimi Sessanta. Si passa per Il capitano
misterioso, pubblicato nel ’50 con lo pseudonimo Sallino Sallini,
per le citate Ultime novelle (fra le quali si segnala l’espressionistica
Sassa), per approdare infine a tre pezzi che figurerebbero in posizione
eminente in un’auspicabile antologia complessiva dello scrittore
siciliano: Il triciclo, Canadese e La bicicletta (tutti e tre “Lilliput”
di Vanni Scheiwiller: alla sua memoria il libretto è opportunamente
dedicato).
Da anni Antonio Pane, con quieta maniacalità, trama la paziente
lettura e rilettura del corpus. Che, sola, consente di far brillare il
"lampo elettronico di avvertenza" promesso da Pizzuto. L’opera
sempre più visibilmente ne esce quale infinito reticolo di leitmotive
o, piuttosto, “rime figurali” (tale da confermare l’intuizione
continiana di trovarsi di fronte a un opus continuum dalla densità
proustiana). Di recente lo studioso ha assommato una prima raccolta di
letture (ma si dica pure “esecuzioni”) pizzutiane –
volumetto dal titolo che è tutto un programma: Il leggibile Pizzuto
(postfazione di Marzio Pieri, Polistampa, pp. 139, Lit. 18.000). Di alcune
fra le più scintillanti (e oscure) delle prose brevi di Pizzuto
(opportunamente riprodotte in appendice: dacché, polemizza Frasca,
"l’unica “difficoltà” in Pizzuto, attualmente,
è quella di reperirne i testi"), Pane, attraverso quello che
chiama lui stesso "un “combinato disposto” di filologia,
erudizione e slancio esegetico", recupera del suo scrittore "le
coordinate spazio-temporali, le implicazioni biografiche, le radici affettive",
ossia i grumi profondi del suo "totale autobiografismo" (Contini);
e, in una con gli appuntiti spogli di Alvino sul suo "lessico potentemente
egotistico" (ancora Contini), promette di diradare finalmente questa
trascendentale fumèa linguistica per consentirci finalmente di
leggerlo, Pizzuto (anziché farsene ostinati, talora ostili "scoriasti"
– come risentito neologizzava lo scrittore in un’altra lettera
a Nencioni). Una strada che la critica pizzutiana precedente di rado ha
percorso (se non nel negletto incunabolo firmato da Ruggero Jacobbi nel
’75).
Un lavoro duro e oscuro: ma, alla fine, si vede quanto remunerativo. Si
chiedeva Contini, presentando lo scrittore al pubblico del "Corriere"
(era il ’64, l’ex questore aveva da poco superato i settanta),
se, dato il "canovaccio della “narrazione”" pizzutiana
come "antologia di fenomeni rappresentabili in confronto alla presunta
totalità della realtà da “raccontare”"
(richiamandosi alla distinzione d’autore fra il proprio narrare
e il comune raccontare), fosse legittimo "ai fini esegetici integrare
il libretto da sottendere all’antologia". La risposta era demandata
alla "filologia pizzutiana, congetturabile in pieno rigoglio fra
alcuni decennî". Qualche anno prima, dalle stesse colonne,
Eugenio Montale aveva posto la stessa domanda (se ci permettiamo di tradurre
dal compiaciutissimo elzevirese di Contini), sostenendo come Signorina
Rosina, "scomposto e ricomposto nelle sue parti, potrebbe assumere
la fisionomia di un ottimo racconto tradizionale […] da lui frantumato,
alleggerito di molte inutili frange descrittive, e poi pestato nel mortaio
e ridotto a un torrone di sole centoventi pagine" (la metafora del
“torrone” per certa prosa di quegli anni era un tic di Montale:
tornerà a proposito del Doge di Palazzeschi). Implicito –
per chi aveva dato la risposta più memorabile in merito allo scrivere
“difficile” – l’invito a ben guardarsi dal “tradurre”
quanto risulterebbe alla fine un "vecchio romanzo naturalistico-psicologico".
Pane, al contrario, dimostra come sia proprio dipanando le pieghe dei
più ostici gliuòmmeri pizzutiani – spiegando, cioè,
le volute e le spirali di questa scrittura inimitabile –, che finalmente
si sprigiona quello stupore, quel lampo noètico che alla fine premia
ogni lettore “contuitivo” di Pizzuto. Diceva sempre Contini
che, "quanto alla concentrazione", la "catafratta"
brachilogia di Pizzuto richiama "l’asserzione della fisica
contemporanea, che, se non vi fossero intervalli tra i costituenti elementari,
la terra si ridurrebbe alle dimensioni di una palla da foot-ball":
e davvero Pagelle come Giù contundono chi si apparecchi indifeso
alla lettura – con la loro formidabile compagine “minerale”:
cristalli forgiati ad altissima pressione, spasmodici conflati verbali,
schisti quarzi e basalti sonori (si veda il memorabile incipit “geomorfo”
del Triciclo). Il minatore Pane li estrae a viva forza ermeneutica dalle
loro sedi ipogee, li sottopone a minuziosa, pietosa spettrografia. Ne
scaturisce all’improvviso, con violenza, la luce abbagliante di
un universo intero in vorticosa espansione: "Semel in anno, ove limpido
il sole, attimo, di lassù a rotaia lucente, federiciano agostaro".
Pubblicato con il titolo "L'indecifrabile leggibile" , Alias,
8 gennaio 2000
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