… NELL’OMBRA CHE S’INFITTISCE…
di Andrea Cortellessa
Il saggio che Cronopio propone nella traduzione (e con postfazione) di
Ginevra Bompiani, L’esausto, appartiene all’ultima
stagione del pensiero di Gilles Deleuze (quella, vertiginosamente incompiuta,
dei frammenti di Critica e clinica). Ed è dedicato, con chissà
quanto volontaria simmetria (esce nel ’92: tre anni dopo la morte
di Beckett, tre anni prima del suicidio “clinico” dello stesso
Deleuze), all’estrema produzione del massimo drammaturgo del Novecento
(quella di teleplays come …nuvole…, ora compresi nella Pléiade
del Teatro completo, allestita nel ’94 da Paolo Bertinetti per Einaudi).
Ma l’animus analitico strenuo, quasi “epico”, dell’ultimo
Deleuze non poteva non cogliere l’occasione di un avvincente corpo
a corpo con l’intera opera di Beckett. Il titolo rinvia infatti
alla trasposizione spleenetica dell’acedia medievale (come ha mostrato
Yves Hersant al recente convegno romano sulla malinconia, legata alla
tradizione monastica del ritiro spirituale e contemplativo), quella che
in Beckett si incarna in Belacqua Shuah, revenant dell’indolente
liutaio che Dante incontra nel Purgatorio e protagonista delle primissime
prose dello scrittore irlandese – ma destinato a tornare poi, come
ha sottolineato Gabriele Frasca (Cascando, Liguori 1988), lungo tutta
la sua parabola.
Ma per Deleuze questo è solo un punto di partenza. L’autore
di Logica della sensazione e dei due grandi volumi sul cinema non poteva
che concentrarsi sul trattamento beckettiano dell’immagine. Prendendo
spunto dalle estenuanti serie disgiuntive di Watt, Deleuze interpreta
la combinatoria verbale beckettiana come tensione all’esaurimento
(categoria plurisensa, dunque, quella del titolo) di quelle che il filosofo
chiama Lingua I (l’infinita teoria dei nomi) e Lingua II (la babelica
ridda delle voci). L’ultimo Beckett si spinge, sulla scena, sino
alla resecazione completa del linguaggio verbale (recuperando a suo modo
la tradizione Nô già cara a Yeats e Pound); nasce così
una Lingua III, fatta appunto di immagini: non definite dal proprio “contenuto”
ovviamente, bensì dalla loro "forma interna", cioè
dalla "forza mobilitata per fare il vuoto o aprire dei fori, sciogliere
la morsa delle parole". La scrittura procede così (e qui torna
un concetto caro all’autore di Mille piani) per "ritornelli":
per "posture, posizioni e andamenti". Anche se Deleuze sostiene
sorprendentemente che "Kafka e Beckett non si somigliano affatto",
pare proprio di rivedere la sconvolgente energia di Kafka nel raddensare
le proprie allegorie in grafi violentemente figurali.
Quello che più impressiona è come Deleuze riesca a racchiudere
in un disegno coerente (a sua volta abbagliantemente icastico…)
il percorso di Beckett: ritrovando alla sua conclusione quella stessa
pulsione originaria, di ispirazione gnostica, a strappare il velo delle
parole "per pervenire alle cose (o al Nulla) celate oltre di esse",
che si legge nella lettera in tedesco ad Axel Kaun (1937): sino a "sentire
un sussurro di quella musica finale, o di quel silenzio, che costituisce
il fondamento di tutto" (cito dalla traduzione di Aldo Tagliaferri,
nella raccolta Disiecta, èdita nel ’91 da Egea). Quegli spettri
di Beethoven, quell’ozono di Schubert, che quasi mezzo secolo dopo
risuoneranno appena – o meglio, "a fioco" – negli
ultimi dramaticules, nelle estreme mirlitonnades…
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